Come salvare il clima secondo l’industria petro-carbonifera, ovvero come continuare a bruciare carbone
L’industria dei combustibili fossili ha per una buona quindicina d’anni tentato di screditare il problema del clima come terrorismo ambientalista, come fenomeno inesistente, o non provabile, o non causato dall’uomo. Le modalità utilizzate sono state simili a quelle dell’industria del tabacco, incluse la messa sul libro paga di scienziati compiacenti, la creazione e il finanziamento di cosiddetti think tank, l’utilizzazione di elaborate campange di PR per “rinverdire” la propria immagine e via dicendo. Ora sembra che il diniego non sia più possibile, nonostante le ultime dichiarazioni di John Christy (noto “scettico”) e il suo plateale - anche se solo simbolico - gesto di rifiutare la sua parte di Nobel per la pace (essendo Chrsty uno dei membri dell’IPCC). Al diniego quindi è seguita un’altra strategia, finalizzata ad appropriarsi del problema, e diventarne l’unica possibile fonte di soluzioni. In realtà questa strategia è stata per lungo tempo parallela al diniego, e sin dal 1992 il mondo dell’industria ha cercato di dominare dall’interno il dibattito sulle problematiche ambientali e climatiche. Già alla Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo tenutasi a Rio nel 1992, il mondo industriale era presente con il Business Council on Sustainable Development, che ha operato al fine di garantire l’infiltrazione nei documenti adottati a Rio di linguaggio e obiettivi del libero commercio e della crescita economica: basta dare un’occhiata al principio 12 della Dichiarazione di Rio per rendersene conto. Ora la strategia sembra basata su soluzioni tecnologiche e di geoingegneria. Cattura e Sequestro di Carbonio, fertilizzazione dell’oceano con ferro, cambiamento dell’orbita terrestre, messa in orbita di specchi spaziali, iniezione nell’atmosfera di enormi quantità di particelle di solfati….
Solfati
Secondo un articolo pubblicato dal New York Times e ripubblicato da Rachel Heath and Environment News, una della opzioni per arrestare il surriscaldamento globale e i cambiamenti climatici potrebbe essere quello di iniettare nella stratosfera (dove volano gli aerei) una quantità pari ad un secchio da 15 litri di particelle di solfati al secondo (!). In tal modo si potrebbe prevenire il surriscaldamento dell’atmosfera per una cinquantina d’anni. Ken Caldeira, lo scienziato che ha scritto l’articolo, suggeriva questa soluzione a fronte dell’impossibilità di ridurre le emissioni di gas serra quanto necessario per stabilizzare le concentrazioni atmosferica di CO2 entro limiti di salvaguardia, generalmente stabiliti in 450ppm. Chiaramente questo esperimento potrebbe avere conseguenze disastrose, come pioggie acide e degrado dello strato di ozono già in stato di salute debilitato. Richiamiamo alla mente il principio di precauzione.
Specchi spaziali
Una maniera per evitare il surriscaldamento della Terra potrebbe essere quello di costruire e metter in orbita degli specchi che riflettano una parte dell’energia solare proiettata sul nostro pianeta, in modo tale da ridurre l’input di energia all’origine. Questi specchi sarebbero fatti di una griglia di fili d’alluminio con un diametro che si aggira sul milionesimo di centimetro. Il problema principale è il costo: per ridurre l’energia solare in entrata dell’1%, questi specchi dovrebbere avere una dimensione pari ad oltre 1 milione di chilometri quadrati, ossia una superficie superiore alla superficie combinata di Arkansas, Alabama, Louisiana, Mississippi, Pennsylvania, Ohio, Virginia, Tennessee, Kentucky, Indiana, Maine, South .Carolina, West Virginia, Maryland, Hawaii, Massachusetts, Vermont, New Hampshire, New Jersey, Delaware e Rhode Island. È chiaro che le potenziali conseguenze sono al momento inconoscibili. Richiamiamo alla mente il principio di precauzione (e un pò di buon senso).
Cambiamento dell’orbita terrestre
Un’altra opzione che è discussa (da qualcuno) è il cambiamento dell’orbita terrestre. CI sono calcoli che mostrano come spostando la traiettoria dell’orbita terrestre di 1.5 milioni di chilometri, si potrebbe compensare l’effetto di una raddoppiata concetrazione di CO2 nell’atmosfera (riducendo l’energia solare che entra nell’atmosfera terrestre). L’ammontare di energia che ci vorrebbe per ottenere un tale spostamento dell’orbita corrisponde a circa 5.000.000.000.000.000 bombe ad idrogeno. Richiamiamo alla mente il principio di precauzione (e un bel pò di buon senso)
Fino ad ora abbiamo parlato di possibilità al limite del fantascientifico, anche se in fase di studio. Ora vediamo potenziali soluzioni più concrete e che sono in fase di sperimentazione, e che potrebbero presto entrare prepotentemente nel novero delle politiche di mitigazione sia dell’Unione Europea che degli Stati Uniti.
Fertilizzazione dell’oceano con ferro
In linea teorica, la fertilizzazione dell’oceano con ferro dovrebbe produrre un boom nella cresicta di plankton, che assorbirebbe CO2. Morendo il plankton precipiterebbe sul fondo dell’oceano, così portando con sé il CO2 accumulato durante la crescita. Ovviamente non si sa per quanto tempo il CO2 rimarrebbe sul fondo dell’oceano. Né si sa quali possano essere le conseguenze sulla vita oceanica. Eppure la società (privata) americana Planktos ha portato a termine un esperimento che ha effettivamente dato i risultati (in termini di crescita di plankton) sperati. Altre società sono interessate, anche stimolate dalla possibilità di ottenere crediti di carbonio rivendibili sul mercato privato del carbonio (.pdf Briefing CICEDU). Richiamiamo in mente il principio di precauzione (il che spesso significa affidarsi al buon senso), nonché i perversi incentivi del commercio del carbonio.
Cattura e Sequestro del Carbonio (CCS)
Questo è un metodo per ridurre le emissioni di CO2 che è stato ed è studiato intensamente. L’IPCC ha pubblicato uno speciale rapporto sulla cattura e il sequestro di carbonio. L’Unione Europea ha lavorato intensamente su molti aspetti tecnici e non, di questa tecnologia. Nel 2005 ha stabilito la European Technology Platform for Zero Emission Fossil Fuel Power Plants il cui scopo è quello di permettere la produzione di energia da combustibili fossili a zero emissioni di carbonio. La Commissione Europea è parte del Carbon Sequestration Leadership Forum, un gruppo internazionale che lavora per sviluppare questa tecnologia. Nel settembre 2007 però un consultazione pubblica ha mostrato grande scetticismo verso questa opzione: il pubblico europeao deve aver richiamato alla mente il principio di precauzione. Negli Stati Uniti intanto, si è creata una nuova partnership tra industria petro-carbonifera, industrie collaterali (produttori d’energia elettrica, industria automobilistica etc.), istituti di ricerca e università, e organizzazione ambientaliste. Il piano prevede il sequestro di circa 10 mila miliardi di tonnellate di CO2 e metterlo sottoterra, possibilmente per sempre. Il piano è promosso da orgnizzazione ambientaliste tra le quali spicca la Natural Resoruce Defence Council (NRDC). Infatti risulta che il NRDC abbia ottenuto un finanziamento dalla Joyce Foundation come premio per la (e/o al fine della) promozione della la tecnologica CCS. Stephen Johson, amministratore dell’Agenzia per la Protezione Ambientale americana ha recentemente dichiarato il suo supporto per l’iniziativa. L’industria petro-carbonifera - e soprattuto carbonifera - spinge in maniera intensa affinché questa tecnologica sia adottata in sede di policy ufficiale, dal momento che vorrebbe dire che le enormi riserve di carbone (e le minori riserve pertrolio e gas naturale) esistenti saranno internamente sfruttabili. Lasciamo stare che per estrarre carbone, uno dei modi sia quello di far saltare in aria montagne intere, che la sua combustione emetta CO2 oppure no. O che la sicurezza geo-temporale del sequestro di CO2 non è conoscibile se non ex post. O che una minima perdita di CO2 dal sito di sequestro potrebbe comportare come minimo una vanificazione degli sforzi i ntermini di dispersione nell’atmosfera. Consigliamo di leggere l’ottimo articolo di Peter Montagne sul CCS (in inglese).
Ma al di lá degli specifici problemi tecnici, io vorrei richiamare l’attenzione sul principio di precauzione. E ricordare come nonostante le opportunità offerte dalla tecnologia, e le promesse, è bene considerare che il vero problema da affrontare riguarda il consumo della nostra società, che non solo non è sostenibile di per sé, ma non può costituire il modello cui aspira tutto il mondo: teniamo a mente il lavoro dell’Ecological Footprint Network. In secondo luogo, bisogna ricordare come i problemi derivanti dai cambiamenti climatici siano un problema eminentemente politico (ad un successivo articolo l’approfondimento di questo aspetto) e come tale vadano affrontati: partecipazione, rispetto dei diritti umani; rispetto dell’ambiente come dimostrazione del rispetto per altri esseri umani; rivalutazione delle priorità politiche in modo che problemi sociali e ambientali vengano privilegiati rispetto a problemi di crescita economica. In realtà, come alcuni studiosi e ricercatori cominciano a realizzare, e come molte comunità indigene hanno affermato da molto tempo (da sempre?), la de-crescrita potrebbe dover divenire il nuovo obiettivo economico da perseguire, avendo a mente l’obiettivo di migliorare la qualità della vita, piuttosto che la quantità di oggetti a nostra disposizione: vivere liberi come persone, e non come consumatori.
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