Riflessioni sul Bali Action Plan: Parte II

Per identificare i risultati concreti della conferenza di Bali, bisogna per prima cosa distinguere il Bali Action Plan dal resto delle decisioni prese dagli organismi della conferenza (l’organismo della Convenzione - Conference of the Parties (COP) - e quello del Protocollo - Conference of the Parties serving as the Meeting of the Parties (COP/MOP or CMP)). In primo luogo soffermiamoci sul Bali Action Plan, l’outcome più pubblicizzato - e più significativo - della conferenza. Read more

Riflessioni sul Bali Action Plan: Parte I

La conferenza di Bali è terminata. E tutti noi abbiamo ricevuto un regalo di natale: il Bali Action Plan. Ma che regalo è mai? Tutti sembrano dimenticare di fare un’analisi delle decisioni della conferenza di Bali e invece non si finisce di celerbare la vittoria rappresentata dal “rientro” degli Stati Uniti nel processo negoziale finalizzato a stabilire un quadro giuridico - e nuovi obiettivi di abbattimento di gas serra - per il periodo post-Kyoto. George Monbiot in un articolo su The Guardian ha ricordato come il dramma dell’accordo di Bali sembra aver utilizzato lo stesso canovaccio di Kyoto, nel 1997. In entrambi i casi i commenti di giubilo rifletteno (e riflettevano) la consapevolezza di come l’accordo rappresenti un “accordo storico” (1997) e “uno storico passo in avanti” (2007), in entrambi i casi l’obiettivo ultimo del regime climatico (evitare impatti dannosi dei cambiamenti climatici sulla comunità umana e sui sistemi socioecologici) rimanendo al di fuori del testo dell’accordo. Read more

Le popolazioni Indigene protestano contro l’esclusione dalla conferenza di Bali

Terima Kasih, il rappresentante delle comunità indigene presenti alla conferenza di Bali, ha ufficialmente contestato l’esclusione delle Popolazioni Indigene dal processo di Bali. CICEDU riporta (nella nostra traduzione italiana) il discorso del rappresentante alla chiusura dei lavori a Bali. In particolare CICEDU vuole sottolineare come le Popolazioni Indigene - le quali sono esposte direttamente alle conseguenze sia dei cambiamenti climatici che delle “soluzioni” di mercato quali commercio del carbonio e icnentivi agli agrocarburanti - siano contrarie a progetti di mitigazione e adattamento che privilegiano i profitti invece dei diritti e delle necessità di comunità locali e dei sistemi socio-ecologici.

Dichiarazione del Forum Internazionale delle Popolazioni Indigene sui Cambiamenti Climatici all’ High Level Segment della 13ma Conferenza delle Parti

Signor Presidente, delegati

A nome del Forum Internazionale delle Popolazioni Indigene sui Cambiamenti Climatici (IFIPCC), vorrei attirare la vostra attenzione sul fatto che oltre l’80% della biodiversità mondiale e la maggior parte delle foreste si trovano nei nostri territori. Le popolazioni indigene rappresentano 350 milioni di persone nel mondo e il 90% della diversità culturale mondiale. Si, noi stiamo soffrendo i peggiori impatti dei cambiamenti climatici senza aver contribuito ad essi, come ampiamente evidente in molti dei territori delle Popolazioni Indigene, e questi effetti minacciano la nostra stessa sopravvivenza.

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Bali, le Filippine e il commercio del carbonio

Da Bali arrivano voci poco incoraggianti. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea discutono se inserire o meno nella “roadmap” indicazioni precise sugli obiettivi di abbattimento per un futuro post-Kyoto, obiettivi che si dovrebbero attestare, secondo la UE, tra il 25% e il 40% in meno, entro il 2020, rispetto alle emissioni nel 1990. Gli Stati Uniti ovviamente rifiutano ogni quantificazione.

Nel frattempo altre voci si rincorrono, voci che riportano notizie degli effetti, attuali o potenziali, dei “meccanismi di flessibilità”del Protocollo di Kyoto (CDM, commercio del carbonio e JI). Dalle Filippine arrivano le dencunce del Kalikasan-People’s Network for the Environment (Kalikasan-PNE). Denunce delle politiche del governo, che intende costruire impianti a carbone e venderli a società transnazionali, mentre a Bali lo stesso governo si erge a campione della battaglia contro i cambiamenti climatici. Read more

Diritti dell’uomo e clima

Il 10 Dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottarò la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (DUDU), poi diventata il fulcro del movimento dei diritti umani e la piattaforma su cui il diritto Internazionale dei Diritti dell’Uomo è stato costruito. Oggi si celebra il 60mo anniversario di quella dichiarazione,che cade quando a bali inizia la seconda settimana dlla 13ma Conferenza delle Parti della UNFCCC. L’Istituto Nobel di Oslo ha quest’anno dato il premio nobel al clima: Al Gore e l’IPCC hanno condiviso il premio, a testimoniare l’attività di divulgazione e sensibilizzazione (Al Gore) e di ricerca scientifica (IPCC) in materia di surriscaldamento globale. Attraverso la scelta di quest’anno dell’Istituto Nobel, i cambiamenti climatici sono stati investiti di dimensioni ulteriori rispetto a quelle solamente ambientali, riconoscendo la dimensione d isicurezza umana, di conflitti e pace, di diseguaglianze sociali e di diritti umani. A tale proposito sarebbe bene sottolineare come oggi, 60 anni dopo l’adozione della DUDU, i diritti umani sono ancora calpesati in molte parti del mondo, e che a Bali è data la possibilità di promuovere la giustizia climatica in senso lato, e non solo soluzioni economiche e tecnologiche. Un approccio di giustizia climatica dovrebbe mettere al centro la dimensione ecologica e sociale dei cambiamenti climatici, e mettere in secondo piano le discussioni tecniche, economiche e geopolitiche. Ecosistemi e comunità umane debbono avere la priorità su calcoli commerciali e profitti, centrando l’attenzione su un approccio che privilegi i diritti umani fondamentali, ed in particolare riconoscendo come tra l’ambiente e le comunità umane esista un continuum imprescindibile, che è espresso nel diritto ad un ambiente salubre, il quale è un elemento basilare per l’effettiva realizzazione dei diritti umani fondamentali quali, tra gli altri, il diritto alla “vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona” (articolo 3 DUDU), il diritto all’acqua, il diritto allo sviluppo, il diritto al cibo.

Progetti Italiani di CDM

A Bali è in atto la 13esima Conferenza sul clima. È stato appena presentato il rapporto “2008 climate change performance index” preparato da Germanwatch e Can-Europe, che hanno elaborato “questo indice indipendente per misurare l’adesione dei vari paesi agli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto. Stando alla ricerca, solo gli Stati Uniti (che però non hanno ratificato il trattato) e il Canada fanno peggio di noi.”, come riprotato da Repubblica online di oggi, che continua:

Nella costituzione dell’indice complessivo concorrono tre diversi parametri: gli attuali livelli di emissione (30% del peso complessivo), i trend di emissione (50%) e le politiche climatiche adottate (20%). La struttura dell’indice tende, pertanto, a premiare soprattutto i paesi che dimostrano un’effettiva volontà di cambiamento, in linea con l’obiettivo dello studio di essere uno strumento di pressione politica e sociale per quei paesi che ritardano ad attuare efficaci iniziative in termini di protezione climatica.

In linea con la posizione del CICEDU sul commercio del carbonio e sull’utilizzo degli strumenti di mercato, e in connessione con la responsabilità che l’Italia, come paese industrializzato e facente parte del G8 ha con riguardo alle emissioni di gas climalteranti, di seguito riportiamo la lista dei progetti CDM in cui l’Italia è partecipe, sia istituzionalmente, come governo, sia attraverso società private. CICEDU vuole portare l’attenzione su una serie di fatti: Read more

Bali e il commercio del carbonio

La Conferenza di Bali è in svolgimento da qualche giorno, e arrivano notizie e voci di una certa discordia tra le ONG presenti. In particolare Daphne Wysham dell’Institute for Policy Studies riporta da Bali che la parola d’ordine - sia che si parli di politiche di adattameno, o di mitigazione o che si discuta tra ONG di piani per promuovere lo sviluppo sostenibile o l’eliminazione della povertà - è una soltanto: commercio del carbonio. Citando (traduzione di CICEDU):

Quando ci sono soldi sul tavolo, ci sono anche molte ragioni per litigare. E ora ci sono moltissimi soldi che vengono mostrati a governi - e a ONG - che hanno però delle condizioni: accettare il commercio del carbonio oppure non ricevere un soldo. Anche i fondi per l’adattamento, che rappresentano la fetta più grande della “torta”, sono offerti a paesi in via di sviluppo senza “cash” - ma solo come percentuale del budget per il commerci odel carbonio. Il messagio: accettare il commercio del carbonio o morire di fame.

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