Bali e il commercio del carbonio

La Conferenza di Bali è in svolgimento da qualche giorno, e arrivano notizie e voci di una certa discordia tra le ONG presenti. In particolare Daphne Wysham dell’Institute for Policy Studies riporta da Bali che la parola d’ordine - sia che si parli di politiche di adattameno, o di mitigazione o che si discuta tra ONG di piani per promuovere lo sviluppo sostenibile o l’eliminazione della povertà - è una soltanto: commercio del carbonio. Citando (traduzione di CICEDU):

Quando ci sono soldi sul tavolo, ci sono anche molte ragioni per litigare. E ora ci sono moltissimi soldi che vengono mostrati a governi - e a ONG - che hanno però delle condizioni: accettare il commercio del carbonio oppure non ricevere un soldo. Anche i fondi per l’adattamento, che rappresentano la fetta più grande della “torta”, sono offerti a paesi in via di sviluppo senza “cash” - ma solo come percentuale del budget per il commerci odel carbonio. Il messagio: accettare il commercio del carbonio o morire di fame.

È bene notare anche come la International Emissions Trading Association (IETA), una lobby del commercio del carbonio, è la più grande ONG presente a Bali, e conta 336 rappresentanti. Questa massiccia presneza indica come il business del carbonio sia cresciuto enormemente negli ultimi due anni, considerando che la IETA rappresenta il 7,5% delle delegazioni di ONG a Bali, control il 2% del WWF e l’1,6% di Greenpeace.

Ricordiamo anche come il recente quarto rapporto dell’IPCC (AR4) ha chiaramente indicato come vi sia urgente necessità - se si vuole sperare di contenere i cambiamenti climatici entro un limite parzialmente gestibile - di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 50% e fino all’80% nel breve e medio periodo. Nel frattempo i negoziati a Bali sembrano convergere verso un accordo per “lanciare” un round di negoziati biennale al fine di arrivare ad un nuovo protocollo che sostituisca Kyoto dal 2009. Con l’intenzione espressa dall’Australia di firmare il Protocollo di Kyoto, e il “rischio” che gli Stati Uniti decidano di rientrare nel gioco, si profila come sempre più probabile che la strategia i nseno all’UNFCCC continuerà ad essere imperniata sul commercio del carbonio, con allargamento del CDM, globalizzazione dello scambio di emissioni e ulteriori forme di mercificazione del carbonio. In più, la cosiddetta svolta tecnologica, che semrba sempre più basata sulla “pulizia” delle emissioni a valle - ad esempio attraverso la tecnologia “carbon caputre and storage”, in fase di sperimentazione sia negli Stati Uniti che in Europa (Norvegia in particolare) - sembra destinata a distogliere l’attenzione dai “fondamentali” strutturali della nostra economia industriale, piuttosto che fornire lo stimolo per una riflessione profonda in senso di giustizia sociale ed ecologica.

Alla luce di tutto ciò, CICEDU vuole ribadire la sua posizione di rigetto del commercio del carbonio come soluzione ai cambiamenti climatici, reiterando l’invito a firmare la Dichiarazione di Durban sul Commercio del Carbonio

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