Riflessioni sul Bali Action Plan: Parte I
La conferenza di Bali è terminata. E tutti noi abbiamo ricevuto un regalo di natale: il Bali Action Plan. Ma che regalo è mai? Tutti sembrano dimenticare di fare un’analisi delle decisioni della conferenza di Bali e invece non si finisce di celerbare la vittoria rappresentata dal “rientro” degli Stati Uniti nel processo negoziale finalizzato a stabilire un quadro giuridico - e nuovi obiettivi di abbattimento di gas serra - per il periodo post-Kyoto. George Monbiot in un articolo su The Guardian ha ricordato come il dramma dell’accordo di Bali sembra aver utilizzato lo stesso canovaccio di Kyoto, nel 1997. In entrambi i casi i commenti di giubilo rifletteno (e riflettevano) la consapevolezza di come l’accordo rappresenti un “accordo storico” (1997) e “uno storico passo in avanti” (2007), in entrambi i casi l’obiettivo ultimo del regime climatico (evitare impatti dannosi dei cambiamenti climatici sulla comunità umana e sui sistemi socioecologici) rimanendo al di fuori del testo dell’accordo.
È bene anche ricordare come nel 1997 gli Stati Uniti, attraverso la loro partecipazione ai negoziati, resero il protocollo di Kyoto un colabrodo, forzando l’inserimento dei cosiddetti meccanismi di flessibilità (=strumenti predicati sulla creazione mercato del carbonio, ossia Clean Development Mechanism, Joint Implementation e Emissions Trading), forzando la revisione - in basso - degli obiettivi quantificati di abbattimento (dal 15% entro il 2010 proposto dalla UE, al 5,2% entro il 2012 adottato nel Protocollo), e in seguito prevenendo l’effettiva implementazione (e implementabilità) del principio di supplementarietà.
Questo il risultato della partecipazione degli Stati Uniti al processo negoziale di Kyoto. Ma senza gli Stati Uniti non c’e’ possibilità di combattere effettivamente i cambiamenti climatici, qualcuno potrebbe domandare. Ma nonostante l’enorme “contributo” degli Stai Uniti alle emissioni di gas serra, un fronte unito di Europa e G77 + Cina avrebbe grandi probabilità di forzare la mano agli Stati Uniti semplicemente da un punto di vista dell’innovazione e della competitività, ma senza dover soccombere alle richieste delle grandi lobby americane che orchestrano la politica estera in materia economica - e i problemi climatici sono un problema di economia almeno quanto siano un problema ecologico e sociale - della diplomazia statunitense. Quindi il Protocollo di Kyoto fu “eviscerato” dalle pressioni della delegazione americana. Monbiot ci ricorda di un fatto molto importante a questo proposito: il leader di quella delegazione americana era nientemeno che il recentissimo premio nobel per la pace, Al Gore. L’eviscerazione del Protocollo di Kyoto è il risultato della lungimiranza di Gore, il Campione del Clima.
E ora che gli Stati Uniti hanno aderito al consenso internazionale, quale ne sarà l’effetto sul contenuto del nuovo accordo, che secondo il Bali Action Plan, dovrebbe essere approvato a Copenhagen nel 2009? E cosa è stato deciso a Bali in realtà?
Fine Parte I
Comments
Leave a Reply
You must be logged in to post a comment.