Riflessioni sul Bali Action Plan: Parte II

Per identificare i risultati concreti della conferenza di Bali, bisogna per prima cosa distinguere il Bali Action Plan dal resto delle decisioni prese dagli organismi della conferenza (l’organismo della Convenzione - Conference of the Parties (COP) - e quello del Protocollo - Conference of the Parties serving as the Meeting of the Parties (COP/MOP or CMP)). In primo luogo soffermiamoci sul Bali Action Plan, l’outcome più pubblicizzato - e più significativo - della conferenza.

Il piano riconosce nel preambolo come sia necessario procedere a “profondi tagli” (deep cuts) delle emissioni di gas serra, ed enfatizza l’urgenza di combattere i cambiamenti climatici, riferendosi al più recente rapporto dell’IPCC. In queso capo del preambolo si trova la (famigerata) nota con cui si rinvia alle pagine del rapporto dell’IPCC dove si menzionano i parametri di riduzione (tra il 25% e il 40% rispetto al 1990 entro il 2020) che originariamente facevano parte del testo “in chiaro” del piano, e che sono stati rimossi al fine di ottenere il consenso degli Stati Uniti.

Per il resto, l’obiettivo è quello di lanciare negoziati (long-term cooperative action) finalizzati al raggiungimento di un accordo entro la 15ma conferenza delle parti, che si terrà a Copenhagen nel 2009. Daniel Tanuro nel suo articolo su Europe Solidaire esprime la convinzione che il Bali Action Plan è in buona misura un successo. Esprime questa convinzione menzionando come, nel rispetto del ribadito principio di comuni ma differenziate responsabilità, il testo del piano differenzia infatti tra gli obblighi dei paesi sviluppati (Measurable, reportable and verifiable nationally appropriate mitigation ommitments or actions, including quantified emission limitation and reduction objectives, by all developed country Parties, while ensuring the comparability of efforts among them, objectives) e quelli dei paesi in via di sviluppo (i quali devoso solamente procedere a appropriate mitigating actions in the context of sustainable development, supported by technology and enabled by financing and capacity building). Eppure, il testo invita “soltanto” ad una “considerazione”, inter alia, di tali punti, e di altri aggiuntivi di cui menzioniamo solo un paio: 1) politiche e incentivi con riguardo a emissioni causate da deforestazione e al fine di incrementare e proteggere lo stock di carbon sinks forestali in paesi in via di sviluppo; 2) diversi approcci, incluse opportunità per utilizzare strumenti di mercato.

Nonostante Daniel Tanuro ritenga che il riferimento a obiettivi quantificati di riduzione delle emissioni (quantified emission limitation and reduction objectives) sia una vittoria, in quanto gli Stati Uniti hanno accettato una formula che avevano rigettato per 10 anni, noi riteniamo invece che l’adesione abbia più un carattere strategico, finalizzato esclusivamente alla partecipazione ai negoziati - o in altre parole ad esercitare influenza in sede decisionale - avendo anche ottenuto che ogni riferimento quantitativo nel documento venisse depennato. A questo proposito i negoziati sono stati lanciati nell’ambito della Convenzione sul Clima (che gli Stati Uniti hanno ratificato), piuttosto che del Protocollo di Kyoto (che gli Stati Uniti non hanno invece ratificato). Il protocollo ha aperto una procudera per arrivare ad un accordo post-Kyoto attrverso un gruppo di lavoro ad hoc (Ad Hoc Working Group on Further Commitments for Annex I Parties under the Kyoto Protocol), creato alla conferenza di Montreal 2005.

C’e’ anche da ricordare come uno degli incentivi alla firma sia stato la minaccia della UE di boicottare la prossima riunione del Major Econmies Meeting (MEM), programma lanciato da Bush al G8 di Heiligendamm. Il MEM ha come obiettivo quello di negoziare obiettivi di mitigazione volontari, riunendo paesi che rappresentano circa l’80% delle emissioni mondiali (e che includono i grandi paesi in via di sviluppo come Cina, Brazile e India). È vero che, come ricorda ancora Tanuro, il clima politico negli Stati Uniti è cambiato, e nel prossimo futuro si vedrà sicuramente l’approvazione e implementazione di una politica climatica federale (e non solo dei singoli stati). Ma è altrettanto vero che si può essere certi che l’implemetnazione americana sarà basata esclusivamente su incentivi di mercato, ed in particolare commercio delle emissioni. Si può essere altrettanto sicuri che gli Stati Uniti vorranno assicurarsi che qualunque accordo post-Kyoto sia basato su un utilizzo ancor più totalizzante dei meccanismi di flessibilità previsti ad oggi dal protocollo di Kyoto. In più, la mercificazione delle foreste e la loro trasformazione in, letteralmente, pozzi di crediti spendibili sul mercato del carbonio è diventato, a Bali, quasi un fait accompli. Allora, quali altre decisioni sono state prese a Bali?

Fine Parte II

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