Un anno di CICEDU.org

Il sito internet del Centro Internazionale delle Cultura e dei Diritti dell’Uomo è stato aperto per un anno ormai. Per cui è interessante tirare due somme. Questo ultimo anno ha visto il CICEDU impegnarsi più decisamente in campagne e programmi legati ai cambiamenti climatici, i quali sempre più dominano la politica internazionale, continentale e nazionale, e suscitano discussioni, scambi, polemiche, e stimolano ricerche, dibattiti e conferenze. CICEDU ha scelto una posizione che sia vicino alle comunità sul territorio, nelle varie regioni del mondo, e che rispetti le scelte e le necessità delle comunità locali.

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Prognosi di disastri ambientali: l’ENI si assicura l’accesso a depositi bitumonosi in Congo

L’ENI ha firmato un accordo con il Governo del Congo su un piano energetico che prevede tre punti principali. In primo luogo, l’ENI si è assicurata l’accesso a depositi bituminosi su un area di circa 1800 chilometri quadrati, In secondo luogo, l’ENI opererà progetti legati a petrolio convenzionale e in relazione alla produzione di energia elettrica in Congo. Infine, l’ENI utilizzerà 70,000 ettari di terra per la produzione di olio di palma, sia per fini alimentari che come agrocarburanti, in un progetto chamato Food Plus Biodiesel (Cibo più biodiesel).
L’ENI definisce questo accordo come un nuovo modello di cooperazione
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Rifiuti e giustizia ambientale

CICEDU normalmente non si occupa direttamente del problema dei rifiuti, delle discariche, degli inceneritori. Ma il nuovo Governo ha appena approvato un decreto legge per risovlere la questione dei rifiuti a Napoli e in Campania, in cui si manda avanti con decisione la politica delle discariche, dei “termovalorizzatori” e dell’incenerimento dei rifiuti. Se da una parte è fondamentale risolvere la crisi dei rifiuti di Napoli il prima possibile, è anche vero che non si debba utilizzare l’emergenza come strumento per “forzare” una politica di lungo termine poco lungimirante e che favorisca interessi economici piuttosto che soluzioni di buon senso.
E questa strategia sembra non dar peso alle evidenze medico-scientifiche disponibili, né sembra rispettare il principio di precauzione che dovrebbe guidare le scelte politiche in materia di salute pubblica e ambiente.

In particolare vogliamo concentrare l’attenzione sull’incenerimento dei rifiuti.
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Agrocarburanti, terra rubata e perdita di biodiversità

Ancora una storia di terra rubata e di perdtia drammatica di foreste e biodiversità per “far posto” a piantagioni intensive finalizzate alla produzione di agrocarburanti. L’area interessata è la regione di Chocò in Colombia, dove sin dal 1996 si susseguono storie di abusi di diritti umani, violenze, esproriazioni illegali di terre etc nell’ambito dei programmi di espansione della produzione di olio di palma.

Per maggiori informazioni: http://www.climateark.org/alerts/send.asp?id=colombia_biofuel (in inglese) e http://www.salvalaselva.org/protestaktion.php?id=255 (in spagnolo)

CICEDU invita nuovamente a chiedere una moratoria su ogni obiettivo riguardante agrocarburanti, e ricorda la “Campagna per un’immediata moratoria sugli incentivi dell’Unione Europea per agrocarburanti, importazioni di agrocombustibili e monocolture agroenergetiche in Europa” promossa da EcoNexus
“La presente campagna chiede un’immediata moratoria sugli incentivi dell’Unione Europea per agrocarburanti e agroenergia derivati da monocolture su larga scala, incluse piantagioni arboree, ed una moratoria sulle importazioni di tali agrocarburanti. Chiediamo altresì l’immediata sospensione di tutti gli incentivi quali sgravi fiscali e sussidi che beneficiano gli agocarburanti derivati da monocolture su larga scala, inclusi finanziamenti canalizzati attraverso meccanismi di commercio del carbonio, programmi internazionali di aiuto allo sviluppo o finanziamenti di istituzioni finanziarie internazionali quali la Banca Mondiale. Questa campagna è una risposta al crescente numero di inviti del Sud Globale contro monocolture di agrocarburanti, che sono supportati dagli obiettivi dell’Unione Europea

Inoltre, vogliamo ricordare la petizione per una moratoria sui biocarburanti che viene dall’Africa: An African Call for a Moratorium on Agrofuel Developments

Le popolazioni Indigene protestano contro l’esclusione dalla conferenza di Bali

Un pò in ritardo, ma vogliamo riportare nella nostra traduzione la seguente dichiarazione di popolazioni indigene sui cambiamenti climatici. Questa dichiarazione esprime molti dei punti che il CICEDU sostiene, condivide e promuove. Con l’occasione, vi vogliamo invitare nuovamente a leggere e firmare la Dichiarazione di Durban sul Commercio del Carbonio

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Il sequestro geologico della CO2: soluzione o distrazione?

Sia in Europa che negli Stati Uniti si sta spingendo molto per far maturare una tecnologia che secondo l’industria e una buona fetta della società civile potrebbe rappresentare un’indolore soluzione ai problemi dei cambiamentei climatici: il sequestro geologico della CO2. Il principio è quello di “catturare” le emissioni di CO2, sequestrarle e quindi  depositarle in formazioni geologiche sotterranee, nella speranza che la CO2 rimanga sotterrata per sempre. Il New York Times ha recentemente scritto di questa tecnologia in termini del più grande progetto di smaltimento di rifiuti tossici intrapreso dall’uomo, considerando che una (grande) perdita di CO2 potrebbe essere tanto pericolosa quanto una perdita di combustibile nucleare.

In Europa in particolare si scommette molto su questa tecnologia. La Norvegia è all’avanguardia sia sul piano della ricerca e sviluppo, che sul piano politico e di policy, con progetti piloti e promozione lobbystica della tecnologia sia da parte delle autorità che di ONG ambientalsite come Bellona, il cui leader, Frederic Haugen promuove il sequestro della CO2 da anni. E Haugen è stato infatti nominato vice-presidente della Technology Platform on Zero Emission Fossil Fuel Power Plants (ZEP) dell’Unione Europea. Haugen e Bellona considerano il sequestro della CO2 come un punto chiave per un accordo post-Kyoto (in inglese). Bellona è anche dietro la proposta del parlamentare europeo inglese Chris Davies, che vorrebbe che dal 2020 ogni nuovo impianto a combustibili fossili sia equipaggiato con la tecnologia di sequestro.

Ma che vantaggi offre questa tecnologia?

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Sovranità alimentare contro OGM: gli USA ci riprovano…

Sembra che l’amministrazione Bush stia (ri)provando ad inserire nel pacchetto di aiuti alimentari destinati ad alleviare la crisi alimentare mondiale OGM: Ancora una volta.

Oggi

L’amministrazione Bush ha inserito una clausola insidiosa nel pacchetto di aiuti alimentari recentemente proposto. Tale inserzione permetterebbe a USAID, il programma che gestisce aiuti alimentari negli Stati Uniti (e di cui abbiamo già parlato nel post Polemiche sulla politica degli aiuti alimentari statunitensi), di utilizzare una parte dei fondi messi a disposizione come “development farming” (=agricoltura per lo sviluppo), che includerebbe OGM. Quindi gli USA riprovano ad utilizzare una crisi alimentare per “spingere” i loro organismi geneticamente modificati.

Ieri

La politica di USAID ha cercatgo più volte di garantire l’immissione in mercati di paesi in via di sviluppo di prodotti geneticamente modificati. In molte occasioni la pratica di USAID di mettere a disposizione aiuti alimentari composti in buona parte di mais geneticamente modificato ha suscitato dure reazioni da parte dei paesi destinatari e di NGO ambientaliste e di solidarietà locali e internazionali. Nel 2000, e poi nel 2002, qualcuno dei paesi sudafricani – come ad esempio Mozambico e Zimbabwe - rifiutarono addirittura di accettare mais geneticamente modificato che non fosse stato macinato prima della consegna. Tra il 1999 e il 2000 USAID donò 500.000 tonnellate di mais e derivati ad organizzazioni umanitarie come il World Food Program. Almeno il 30% di queste partite – secondo l’economista canadese Michel Chossudovsky – erano surplus agricolo geneticamente modificato.

Questo aspetto pone anche il problema della possibile contaminazione delle specie locali, dal momento che il mais inviato spesso non è macinato e può germogliare, con gravi danni sia la biodiversità locale che per gli agricoltori africani. Tali politiche di USAID furono messe in pratica più volte durante le crisi alimentari del 2000 e del 2002 in paesi come Zambia, Zimbabwe, Lesotho, Mozambico, Malawi.

Più a monte

Il caso del Malawi illustra come vi siano implicazioni a monte, che dipendono dalle strutture dell’ordine economico mondiale, le quali hanno portato il paese ad essere una vittima prima, e uno strumento poi degli interessi commerciali dei paesi (e delle multinazionali) industrializzati.

In un’intervista alla BBC, l’allora presidente Muluzi dichiarò che il governo del Malawi aveva doveuto cedere alle pressioni di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale e vendere le proprie riserve di mais al fine di ripagare i propri debiti internazionali. Alla fine degli anni novanta era stata la volta dell’Etiopia a doversi “liberare” delle proprie riserve di grano (accumulate in via precauzionale dopo la carestia del 1984/85) al fine di rimanere al passo con i pagamenti dei debiti contratti con istituzioni finanziarie internazionali. Della produzione di mais del 1996 l’Etiopia ne aveva esportato circa un milione di tonnellate, ammontare che secondo stime dalla FAO sarebbe stato sufficiente a fronteggiare l’emergenza del 1999/2000. E ammontare che l’Etiopia dovette poi re-importare.

Secondo Chossudovsky “il mercato mondiale aveva confiscato le riserve di grano dell’Etiopia”. Ora gli USA tentano di nuovo di diffondere i logo OGM cavalcando l’onda di una nuova crisi alimentare.