Prognosi di disastri ambientali: l’ENI si assicura l’accesso a depositi bitumonosi in Congo

L’ENI ha firmato un accordo con il Governo del Congo su un piano energetico che prevede tre punti principali. In primo luogo, l’ENI si è assicurata l’accesso a depositi bituminosi su un area di circa 1800 chilometri quadrati, In secondo luogo, l’ENI opererà progetti legati a petrolio convenzionale e in relazione alla produzione di energia elettrica in Congo. Infine, l’ENI utilizzerà 70,000 ettari di terra per la produzione di olio di palma, sia per fini alimentari che come agrocarburanti, in un progetto chamato Food Plus Biodiesel (Cibo più biodiesel).
L’ENI definisce questo accordo come un nuovo modello di cooperazione

Dal comunicato stampa dell’ENI: “Eni inaugura in Congo un nuovo modello di cooperazione. Il modello Eni integra al business tradizionale dell’esplorazione e produzione di idrocarburi attività di sostenibilità nel territorio e importanti iniziative nel settore degli oli non convenzionali e delle energie rinnovabili.” E ancora “la Repubblica del Congo massimizzerà le proprie potenzialità di grande produttore di energia, diventando il Paese di riferimento in Africa nel campo delle sabbie bituminose e dei biocarburanti”.
Visto i disastri sociali e ambientali legsti sia alla produzione di biocarburanti che all’estrazione di bitume dai depositi questo nuovo modello di cooperazione dell’ENI sembra consentire solo una prognosi di futuri disastri sociali e ambientali nella già travagliata Repubblica del Congo.

Per quanto riguarda i biocarburanti, rimandiamo ai nostri precedenti articoli . Per i problemi legati all’estrazione di bitume, l’esperienza del Canada (in inglese), il maggior produttore di petrolio ottenuto da depositi bituminosi, dovrebbe fornire indicazioni circa i grandi problemi sociali e ambientali che derivano da queste operazioni. I metodi di estrazione, a cominciare dalle “miniere aperte”, richiedono enormi quantità di acqua e di energia. Il rapporto energetico è di circa un barile di petrolio convenzionale per produrre tre barili di petrolio sintetico (il risultato dell’estrazione di bitume). Questo fa si che l’estrazione di bitume rilasci grandi quantità d gas serra.
Inoltre, per ottenere un barile di petrolio da questi depositi, si devono estrarre circa due tonnellate di sabbie bituminose (questi dati si riferiscono alle operazioni canadesi. forse i procedimenti proprietari dell’ENI richiedono minore impiego di energia e acqua).

Vi sono poi problemi legati all’appropriazione delle vaste aree di territorio, che in Canada ha generato e continua a generare enormi conflitti con le popolazioni indigene, tradizionali utilizzatori dei territori in cui si trovano molti dei depositi.Una recente azione giudiziaria ha identificato più di 15.000 violazioni di diritticostituzionalmente protetti (in inglese) in connessione con depositi bituminosi.

In conclusione, diamo anche atto all’ENI di aver intrapreso progetti “laterali” di cooperazione in materia di sanità pubblcia, attraverso la Fondazione ENI. Il nodo centrale dell’operazione però resta legato alla promozione di processi di produzione di energia che hanno effetti sociali e ambientali deleteri, come dimostrato da molte altre esperienze. Tali scelte ed investimenti energetici dimostrano anche come i cambiamenti climatici non figurino affatto nei processi decisionali di industrie oepranti nel settore energetico.

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