La crisi alimentare, la conferenza FAO e la sovranità alimentare

Si è aperta a Roma la conferenza FAO High-Level Conference on World Food Security: the Challenges of Climate Change and Bioenergy, che si concluderà il 5 giugno. La crisi alimentare è il punto centrale delle discussioni, e la speranza è quella di trovare una soluzione sia di breve periodo (risolvere la crisi e garantire accesso al cibo alle comunità in difficoltà), sia di medio e lungo periodo, quindi cercando di modificare il quadro strutturale del mercato alimentare mondiale.

CICEDU ha già discusso in passato problematiche relative alla cosiddetta sovranità alimentare. In questo articolo discuteremo più in dettaglio in concetto di sovranità alimentare, e allo stesso tempo discuteremo le cause di questa crisi alimentare, non tanto in termini di necessità di aumentare la produzione agricola “del 50% entro il 2030″, come ha detto il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon, ma in termini di chi controlla il mercato mondiale e i relativi canali di distribuzione, di come ad ogni crisi alimentare certi interessi ripropongano di “aprire” all’agricoltura transgenica come l’unica soluzione, e di come infine comunità una volta autosufficienti siano state trasformate metodicamente in produttori per il mercato dell’esportazione.

Per i problemi relativi all’infiltrazione di OGM attraverso gli aiuti alimentari leggi l’articolo Sovranità alimentare contro OGM: gli USA ci riprovano…

Ma parliamo di sovranità alimentare. Cos’è? Che significa? in cosa differeisce dalla sicurezza alimentare promossa da FAO e ONU?
Sovranità alimentare è un concetto che vuole sorpassare e rimpiazzare il più limitato concetto di sicurezza alimentare, chiave di volta delle politiche di sviluppo “ufficiali”. La sicurezza alimentare si riferisce all’obiettivo di garantire a tutti una nutrizione giornaliera sufficiente, ma senza badare a come il cibo sia prodotto, distribuito o da dove venga (e neppure se sia transgenico o meno). La sovranità alimentare invece si compone di una serie di principii che allargano notevolmente le implicazioni sociali e politiche della questione. Il termine è stato coniato dal gruppo Via Campesina (in inglese, francese e/o spagnolo), che ha anche elaborato dei principii che sono sintetizzati di seguito, estraendo definizioni della sovranità alimentare da una serie di documenti di Via Campesina o di conferenze internazionali sulla sovranità alimentare.

Dichiarazione di Via Campesina sulla WTO, 2005: “Via Campesina propone la sovranità alimentare come principale elemento della politica agricola. La sovranità alimentare è il diritto dei popoli a produrre il proprio cibo in modo sostenibile ed in armonia con la loro cultura e le loro tradizioni e coerentemente con la difesa delle risorse naturali e della biodiversità.”

Via Campesina, Dichiarazione sulla Sovranità Alimentare dei Popoli, 1996: “La Sovranità Alimentare è il diritto di ogni popolo a definire le proprie politiche agroalimentari, a proteggere la propria produzione agro-pecuaria e il proprio mercato nazionale, al fine di raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile; a decidere in che misura desiderano essere autosufficienti, a impedire che i propri mercati vengano invasi dalle eccedenze della produzione alimentare di altri paesi, immessi sul mercato internazionale attraverso la pratica del dumping. La sovranità alimentare non nega il commercio internazionale, ma difende l’opzione di ciascun paese di mettere in campo politiche e pratiche commerciali che meglio servano il diritto della popolazione a disporre di metodi di produzione e prodotti alimentari sani, nutrienti ed ecologicamente sostenibili.”

Dalla Dichiarazione di Nyéléni - Forum mondiale sulla Sovranità Alimentare, 2007: “…La Sovranità alimentare è il diritto dei popoli a un’alimentazione sana, nel rispetto delle culture, prodotta attraverso metodi di produzione sostenibili e rispettosi dell’ambiente e anche il diritto a definire i propri sistemi agricoli e alimentari. La S.A. mette le esigenze di produttori, distributori e consumatori al centro dei sistemi e delle politiche alimentari, al posto di quelle del mercato e delle società transnazionali. La S.A. difende gli interessi e l’integrazione delle future generazioni. Rappresenta una strategia di resistenza e di smantellamento del sistema commerciale internazionale e dell’attuale sistema agro-alimentare dominante. Offre orientamenti perché i sistemi agroalimentari, di pesca e di allevamento siano definiti dai produttori locali. La S.A. dà priorità ai mercati locali e nazionali, privilegia un modello di agricoltura familiare e contadina, di pesca tradizionale, l’allevamento pastorizio, così come modelli di produzione, distribuzione e consumo alimentare fondati sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica. La S.A. promette un commercio trasparente, che garantisce un reddito giusto a tutti gli attori e nel contempo garantisce ai consumatori il diritto a controllare i propri alimenti. Garantisce che i diritti di utilizzo e gestione di terre e territori, acqua, sementi, animali e risorse genetiche (biodiversità) siano nelle mani di coloro che producono gli alimenti. La S.A. implica nuove relazioni sociali, senza oppressioni e iniquità tra uomini e donne, popoli, gruppi etnici, classi sociali e generazioni”.

La sovranità alimentare quindi è fortemente collegata alla diversità: diversità culturale, ambientale e sociale, che necessariamente influenza le scelte e le possibilità in materia di agricoltura e produzione alimentare, e che rifiuta omologazioni legate alla globalizzazione di multinazionali agroalimentari e alla privatizzazione e concentrazione di risorse naturali e terriere. La sovranità alimentare è legata all’agricoltura “umana”, individuale e/o di piccola scala, che si dimensiona in maniera proprozionale al territorio, alle risorse ambientali e alla comunità, e che favorisce attività di sussistenza o di distribuzione locale, piuttosto che la produzione per il mercato. La sovranità alimentare sostiene la protezione delle comunità sul territorio contro le “forze della globalizzazione” e delle speculazioni sui mercati internazionali, co-cause della crisi alimentare. La sovranità alimentare è sorella della sostenibilità ecologica, in virtù della scala ridotta e proporzionale al contesto ambientale. La sovranità alimentare è fortemente collegata alle origini del concetto di equità, che si rifereirsce a idee di proporzionalità e appropriatezza, e quindi, in ultima analisi, ad una dimensione locale, concreta, contingente, “diversa” e plurale, piuttosto che a concezioni e ideali universali e universalizzanti.

La sovranità alimentare si oppone al progetto neoliberista promosso atrtaverso l’OMC. Il piano per la sicurezza alimentare supportato da Ban Ki Moon, che dice “No al protezionismo”, e dal direttore generale della Fao, Jacques Diouf, per il quale i “protezionismi distorcono il mercato” (fonte: repubblica) non va alla sorgente del problema. E questo lo testimonia il fatto che molti paesi “poveri” chiedono che si lasci spazio alle coltivazioni per uso locale.

Oggi, fuori la sede della FAO, ActionAid, che ha iniziato la campagna hungerfree ha provato a fare u controvertice per dire “Stop al business della fame” (Dossier di ActionAid in formato .PDF). Foto della dimostrazione su Repubblica.it.
Il dossier apre nel seguente modo:

Nel 1996, durante il Vertice Mondiale dell’Alimentazione, i leader del pianeta presero l’impegno solenne di dimezzare il numero degli affamati nel mondo entro il 2015. A 12 anni di distanza dal Vertice, il numero di persone che soffrono la fame sulla terra non è né dimezzato né diminuito. Al contrario, se nel 1996 erano 800 milioni di persone ad andare a letto affamate, dieci anni dopo, nel 2006, erano diventate 854 milioni. La crisi alimentare globale, secondo quanto afferma il World Food Programme, metterà a rischio altre 100 milioni di persone solo nel 2008 se, nel corso del vertice FAO che si terrà a Roma dal 3 al 5 giugno, i Governi non interverranno per risolvere la crisi alimentare mondiale.

ActionAid sottolinea il fatto che non è la mancanza di cibo a determinare la crsisi alimentare, ma bensì l’aumento dei prezzi del cibo. La produzione agroalimentare nel 2007 e nel 2008 è stata più che sufficiente a sfamare ben più che l’intera popolazione mondiale. Ma i prezzi, le cui impennate record negli ultimi due anni sono una conseguenza di una serie di fattori - tra cui spiccano il caro petrolio e la corsa agli agocarburanti - e sono il fattore chiave che determina chi è in grado di nutrirsi e chi no.

E l’aumento dei prezzi dei prodotti agroalimentari genera un’altra serie di conseguenze. Citando ancora il dossier di ActionAid:

Un profitto, quindi, nelle mani di pochi: nel 2007 le cinque multinazionali che controllano più dell’80% del mercato mondiale di cereali, hanno accresciuto i loro guadagni grazie alle politiche che incoraggiano i sussidi e la produzione di biocarburanti. Qualche esempio: i profitti di Archer Daniels Midland sono aumentati del 67%, quelli della Cargill del 36%, ConAgra del 30%, Bunge del 49% e Dreyfuss - durante il 2006 – del 19%.

Inoltre, le cinque maggiori multinazionali di sementi, pesticidi ed erbicidi hanno avuto profitti straordinari grazie all’incremento della domanda nell’agricoltura: Monsanto (la più grande compagnia nel commercio dei sementi e la quinta in pesticidi), Bayer (la prima al mondo in pesticidi e la sesta in sementi), Syngenta (la seconda corporazione in pesticidi e la terza in sementi), Dupont (la seconda nei sementi e la sesta nei pesticidi), BASF (la terza al mondo in pesticidi) e Dow (la quarta in pesticidi). In particolare, i guadagni netti di Monsanto sono aumentati del 17% e i suoi incassi (lordi) sono cresciuti del 43%4 durante il 2006. La multinazionale è cresciuta in profitti e vendite nel 2007 come conseguenza della crisi alimentare. In questo caso il profitto netto è salito fino a un impressionante 289%.

L’economista canadese Michel Chossudovsky nel suo libro The Globalization of Poverty and the New World Order (la globalizzazione della povertà e il nuovo ordine mondiale) ha fatto un resoconto drammatico della “creazione” di mercati alimentari in diversi paesi Africani. Attraverso il contributo strategico della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, riporta Chossudovsky, e le loro le loro politiche di finanziamenti “condizionati” a “riforme macro-economiche”, le cosiddette structural adjustment policies (politiche di aggiustamento strutturale), si è venuto a configurare un processo che da una parte porta all’integrazione economica su un piano globale, e dall’altra alla disintegrazione locale delle strutture socio-economiche “autoctone”, al fine di aprire mercati e trasformare le economie locali di sussistenza in economie integrate che producono per l’esportazione sui mercati internazionali. Tali transizioni “forzose”, in cui tra l’altro uno dei punti cardini è il taglio della spesa “sociale” (educazione, sanità, welfare, protezione alimentare), servono poi a ripagare il debito acceso presso la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale proprio in funzione di questa transizione.

Chossudovsky esamina i casi della Somalia negli anni ‘80; del Rwanda; dell’Africa Sub-Sahariana; dell’India e del Bangladesh; di Brasile, Peru e Bolivia; e poi di Russia, ex-Jugoslavia e Albania.

Il messaggio del lavoro di Chossudovsky si centra sull’analisi critica delle politiche di liberalizzazione dei mercati e di privatizzazione delle terre e delle risorse naturali, che ha corrisposto con drammatica puntualità alla distruzione delle economie locali, delle regolamentazioni consuetudinarie dei rapporti sociali ed economici e, potremmo aggiungere, dei disastri ambientali.

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