Italia contro Europa sulle politiche climatiche: rinnegando la nostra responsabilità

La crisi finanziaria ha anche effetti climatici. Per via della congiuntura economico-finanziaria, il governo Berlusconi si è detto pronto ad utilizzare il veto per fermare i pur modesti obiettivi climatici dell’Europa, ossia il famoso 20-20-20: nel 2020, riduzione del 20% delle emissioni di gas serra, 20% di quota di energie rinnovabili e aumento del 20% dell’efficienza energetica (e - in più - il controverso obiettivo del 10% di biocarburanti per trasporti).
Una nota del Consiglio Europeo, in svolgimento e previsto per il 15 e il 16 Ottobre, ha confermato la determinazione a mantenere gli impegni presi in materia di politica climatica ed energetica. Il presidente della commissione europea, Josè Barroso, in una conferenza stampa di oggi 15 ottobre ha parimenti manifestato chiaramente la sua intenzione di mantenre inalterati gli obiettivi europei sul clima, dicendo che il clima non è un optional, né un aperitivo, e neppure un digestivo. Non ci si può impegnare solo quando ci si sente bene. E ha invitato a considerare flessibilità solamente sui meccanismi e le modalità di raggiungimento degli obiettivi, non sugli obiettivi stessi.
Il governo Berlusconi intanto (assieme al Governo polacco) non ci sta.

La situazione di crisi finanziaria, a giudizio di Berlusconi, deve far rivalutare la politica climatica europea, che creerebbe un onere economico troppo alto al nostro paese.
In realtà questa sembra più che altro una scusa per strumentalizzare la situazione dei mercati finanziari per ribaltare la - ripetiamolo: pur modesta - politica europea. Oggi il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ipotizzato un “congelamento” dei negoziati sul clima, su cui prevede l’accordo dei leader Europei.
Ed è particolarmente significativo vedere come sia stato il Ministro dell’Ambiente il Stefania Prestigiacomo (insieme al ministro degli Esteri Franco Frattini) a chiedere di ripensare le misure del pacchetto clima-energia.
Il Ministro Presitigacomo, è giustappunto stato in Polonia, in occasione della riunione informale dei Ministri dell’Ambiente e delle Nazioni Unite convocata a Varsavia in preparazione della prossima Conferenza delle Parti sui Cambiamenti Climatici che si terrà a Poznan la prima settimana di dicembre. Ivi ha affermato: “Nella strategia globale per il contenimento delle emissioni e del contrasto dei cambiamenti climatici ha fatto irruzione una crisi finanziaria senza precedenti [...] Anche se la crisi finanziaria non pone in secondo piano l’emergenza sui cambiamenti climatici, è evidente che la riduzione delle risorse finanziarie disponibili a livello globale riduce la possibilità di investimenti per intervenire sul sistema energetico mondiale verso un’economia a “basso contenuto di carbonio”. Ma v’è di più. Citiamo direttamente dal sito del Ministero dell’Ambiente:

“L’impegno dell’Europa per la riduzione delle emissioni e la protezione del clima non deve avere effetti negativi sulla competitività della nostra economia soprattutto tenendo conto della crisi finanziaria globale, e deve essere in grado di convincere i grandi paesi inquinatori (a cominciare da USA, Cina, India, Australia) ad assumere impegni analoghi”. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, al termine di un incontro con Stravor Dimas, commissario Ue all’Ambiente

Il Minsitro dell’Ambiente sembra più preoccupato di economia che di ambiente. E sembra riproporre il mantra statunitense della necessità di coinvolgere i paesi in rapida crescita (il famoso BRIC: Brasile, Russia, India e Cina) e di attribuirgli obblighi di riduzioni di gas serra quantificati al pari dei paesi indsutrializzati, premessa per una partecipazione americana al regime climatico delle Nazioni Unite.
Ci si dimetica però della matrice della responsabilità per i cambiamenti climatici.
In questo senso si può tracciare una doppia storia del consumo: consumo della capacità di assorbimento della atmosfera delle emissioni climalteranti da una parte; consumo di beni prodotti attraverso processi industriali e attività economica dall’altra. Entrambe le “narrative del consumo” mostrano una sproporzione enorme tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. Dando un’occhiata a dei dati, vediamo come a livello di singoli paesi, le emissioni Nordamericane (Usa e Canada) abbiano rappresentato nel 2004 il 24.3% delle emissioni globali. Le emissioni dell’intero continente Africano dall’altra parte, erano nello stesso anno inferiori a quelle di singoli paesi come USA, Cina, Russia e Giappone. Cina e India, secondo queste misurazione, sono “grandi inquinatori”. E qui si impernnia la cocciuta politica americana dell’amministrazione Bush, che insiste nel voler includere Cina, India (e Brasile) nel novero dei peasi con obiettivi di riduzione delle emissioni obbligatorie. Insistenza ora assecondata dal nsotro Minstero dell’Ambiente. E insistenza che incontra il più netto rifiuto da parte di paesi in questione. E vediamo perchè.
Se guardiamo ai contributi storici dei singoli paesi all’accumulazione dei gas serra nell’atmosfera, e quindi al riscaldamento del clima, vediamo che tra il 1900 e il 1990 Gli Stati Uniti hanno contributo il 30% di tale accumulazione, l’Europa il 27%, la Cina e l’India (insieme ad altri paesi Asiatici in rapido sviluppo) il 12%, l’Africa e il Sud America poco più del 6%.
Queste differenze sono molto marcate, ma se uno guarda poi ai dati pro capite, allora ci si trova di fronte ad un abisso. Le emissioni pro capite negli USA erano, nel 2000, circa 20.2 tonnellate di CO2 a persona, 16.9 in Canada, 10.6 in Russia e 9.5 nel Regno Unito. Possiamo allora comparare questi dati con le emissioni pro capite di alcuni paesi in via di sviluppo: 3.4 tonnellate di CO2 a persona in Messico, 2.6 in Cina, 1.9 in Brasile, 1.0 in India, 0.3 in Kenya e 0.1 in Burkina Faso.
Ora ci sembra che le differenti responsabilità abbiano trovato una prospettiva significativa, soprattutto ai fini di una differenziazione degli obblighi di riduzione delle emissioni, e dei relativi costi di implementazione.
Eppure c’è dell’altro. Studi recenti hanno posto l’attenzione sul nesso consumo-emissioni da un altro angolo visuale. Attraverso l’analisi del cosiddetto carbon leakage e della displaced pollution (ossia fenomeni di rilocazione dell’inquinamento da un paese all’altro, in funzione di minori costi e regolamentazione ambientale meno ferrea), questi studi mostrano come sia importante guardare al “consumo finale” per allocare la responsabilità delle emissioni, e non solo all’aspetto territoriale della produzione. Infatti le emissioni “incorporate” nel commercio internazionale rappresentano circa il 20% delle emissioni globali, e da questo punto di vista I paesi industrializzati sono “importatori di emissioni”, mentre I paesi in via di sviluppo le esportano: fino al 23% delle emissioni cinesi sono determinate da produzione finalizzata all’esportazione, e I cui prodotti sono consumati altrove (e principalmente negli Sati Uniti e in Europa).
Considerando questi elementi e queste prospettive, i profili di reponsabilità non potrebbere essere piì chiari.

Alla luce di questo quadro di responsabilità storica e presente, il CICEDU invita il governo italiano a non utilizzare la crisi finanziaria - frutto di miopia e illusionismi - per deragliare gli impegni verso la mitigazione dei cambiamenti climatici, con una presa di posizione ugualmente miopica ed illusionista.

Nota: I dati riportati sono presi dalle seguenti fonti:

-Peters. G. P. and Hertwich, E. G., 2008, CO2 Embodied in International Trade with Implications for Global Climate Policy, Environmental Science & Technology
- Marland, G., T.A. Boden, and R.J. Andres. 2007. Global, Regional, and National CO2 Emissions In Trends: A Compendium of Data on Global Change, Carbon Dioxide Information Analysis Center, Oak Ridge National Laboratory, U.S. Department of Energy, Oak Ridge, Tenn., U.S.A.
- WRI, 2001, Contributions to Global Warming Map. World Resources Institute, Washington DC.
- WRI, 2005, Climate and Atmosphere 2005, Earth Trends Data Tables: Climate and Atmosphere, World Resources Institute, http://earthtrends.wri.org/text/climate-atmosphere/cli1_2005.pdf
accessed on November, 18 2007

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2 Responses to “Italia contro Europa sulle politiche climatiche: rinnegando la nostra responsabilità”

  1. Una breve critica alla posizione italiana sulla politica climatica | Centro Internazionale per la Cultura e i Diritti dell'Uomo on October 19th, 2008 14:41

    [...] Questa manovra politica stride in maniera decisa con un’etica della responsabilità basata sui fatti delle responsabilità oggettiva per i cambiamenti climatici. Responsabilità legata alla produzione industriale, all’appropriazione di “spazio ecologico” e al consumo (di materie prime, energia, terra, la cosiddetta “impronta ecologica”). A questo proposito, è utile riproporre la matrice di responsabilità delineata in un altro articolo da CICEDU. [...]

  2. Il pacchetto europeo per il clima: tutto fumo! : Giustizia Climatica on December 15th, 2008 22:25

    [...] assunta dal governo Berlusconi circa il pacchetto clima, alla luce della crisi finanziaria. (vedi Italia contro Europa sulle politiche climatiche: rinnegando la nostra responsabilità). Il Governo italiano aveva richiesto un “pausa”, ovvero una sospensione [...]