Una breve critica alla posizione italiana sulla politica climatica
La polemica tra Governo Italiano e Commissione Europea non si placa. Il Governo italiano ha richiesto un “pausa”, ovvero una sospensione dell’applicazione della regolamentazione sulle emissioni di gas serra per i prossimi 12-15 mesi al fine di verificarne i costi. Lunedì vi sarà un incontro tra il Commissario Europea all’Ambiente Dimas e il Ministro delll’Ambiente Italiano Prestigiacomo. Non solo i cambiamenti climatici divengono un problema economico (piuttosto che ambientale, sociale e culturale), questa “economizzazione” del problema consente di subordinare il problema economico “clima” al problema economico “crisi finanziaria”.
Ma cerchiamo di inquadrare la politica climatica Italiana alla luce di due considerazioni: una relativa alla polemica specifica aperta sulla politica climatica europea dal Governo Berlusconi; l’altra più in generale sulla visione e politica climatica del Governo.
Come riporta Repubblica:
Il meccanismo proposto da Roma prevede una clausola di revisione per verificare, nel corso del 2009, costi e benefici dell’obiettivo Ue, tenendosi pronti a modificare gli accordi, anche alla luce della crisi economica, se risultassero troppo onerosi
E qui emergono questioni laterali. La prima è quella dei costi e benefici. L’idea - e la logica - in sé di subordinare l’attuazione di politiche climatiche ad un’analisi di costi e benefici è fortemente opinabile.
Nella valutazione di policy in materia di salute pubblica, sicurezza sul lavoro e ambiente è bene operare, piuttosto che un’analisi del rapporto tra costi e benefici, un’analisi dei cosiddetti trade-off. Questo vuol dire considerare in maniera trasparente un larghe serie di effetti della policy, e di obiettivi in competizione, non tutti quantificabili in via monteraria, o non rispondenti ad una logica monetaria. Problemi legati ad equità. distribuzione, protezione di ecosistemi e salute vengono generalmente oscurati da analisi il cui parametro di riferimento (e il cui metro di valutazione) è l’efficienza economica.
Seguendo il Professor Nicholas Ashford del MIT, si possono identificare quattro ragioni per cui l’analisi dei costi e benefici ha un valore limitato ai fini della valutazione di politiche ambientali e sociali. Vediamole: 1) i costi sono più facilmente esprimibili dei benefici, ma la loro quantificabilità non li rende più certi o affidabili. 2) benefici includono miglioramenti della qualità della vita e della salute ed effetti economici collaterali, ma è difficile quantificarli in maniera precisa, e i beneficiari non sono un gruppo di interesse organizzato. 3) l’analisi di costi e benefici soffre di numerose difficoltà metodologiche, e dipende da una serie di scelte di valore dell’analista; eppure tale analisi viene dipinta e percepita come una tecnica “neutrale” e obiettiva. 4) l’insistenza sull’utilizzo dell’analisi dei costi e benefici per orientare decisioni di politica ambientale e sociale può nascondere una volontà di ri-orientare il mandato legislativo in maniera non democratica.
Per quanto riguarda la seconda questione, quella più generale sulla visione e politica climatica del Governo, citiamo ancora Repubblica:
Roma sostiene di voler prendere tempo allineandosi alla posizione della Casa Bianca che considera prioritaria, rispetto a ogni impegno internazionale, l’adesione delle nuove economie come la Cina e l’India.
Questa manovra politica stride in maniera decisa con un’etica della responsabilità basata sui fatti delle responsabilità oggettiva per i cambiamenti climatici. Responsabilità legata alla produzione industriale, all’appropriazione di “spazio ecologico” e al consumo (di materie prime, energia, terra, la cosiddetta “impronta ecologica”). A questo proposito, è utile riproporre la matrice di responsabilità delineata in un altro articolo da CICEDU.
In questo senso si può tracciare una doppia storia del consumo: consumo della capacità di assorbimento della atmosfera delle emissioni climalteranti da una parte; consumo di beni prodotti attraverso processi industriali e attività economica dall’altra. Entrambe le “narrative del consumo” mostrano una sproporzione enorme tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. Dando un’occhiata a dei dati, vediamo come a livello di singoli paesi, le emissioni Nordamericane (Usa e Canada) abbiano rappresentato nel 2004 il 24.3% delle emissioni globali. Le emissioni dell’intero continente Africano dall’altra parte, erano nello stesso anno inferiori a quelle di singoli paesi come USA, Cina, Russia e Giappone. Cina e India, secondo queste misurazione, sono “grandi inquinatori”. E qui si impernia la cocciuta politica americana dell’amministrazione Bush, che insiste nel voler includere Cina, India (e Brasile) nel novero dei paesi con obiettivi di riduzione delle emissioni obbligatorie. Insistenza ora assecondata dal nostro Governo, come visto. E insistenza che incontra il più netto rifiuto da parte di paesi in questione. E vediamo perché.
Se guardiamo ai contributi storici dei singoli paesi all’accumulazione dei gas serra nell’atmosfera, e quindi al riscaldamento del clima, vediamo che tra il 1900 e il 1990 Gli Stati Uniti hanno contributo il 30% di tale accumulazione, l’Europa il 27%, la Cina e l’India (insieme ad altri paesi Asiatici in rapido sviluppo) il 12%, l’Africa e il Sud America poco più del 6%.
Queste differenze sono molto marcate, ma se uno guarda poi ai dati pro capite, allora ci si trova di fronte ad un abisso. Le emissioni pro capite negli USA erano, nel 2000, circa 20.2 tonnellate di CO2 a persona, 16.9 in Canada, 10.6 in Russia e 9.5 nel Regno Unito. Possiamo allora comparare questi dati con le emissioni pro capite di alcuni paesi in via di sviluppo: 3.4 tonnellate di CO2 a persona in Messico, 2.6 in Cina, 1.9 in Brasile, 1.0 in India, 0.3 in Kenya e 0.1 in Burkina Faso.
Ora ci sembra che le differenti responsabilità abbiano trovato una prospettiva significativa, soprattutto ai fini di una differenziazione degli obblighi di riduzione delle emissioni, e dei relativi costi di implementazione.
Eppure c’è dell’altro. Studi recenti hanno posto l’attenzione sul nesso consumo-emissioni da un altro angolo visuale. Attraverso l’analisi del cosiddetto carbon leakage e della displaced pollution (ossia fenomeni di spostamento territoriale dell’inquinamento da un paese all’altro, in funzione di minori costi e regolamentazione ambientale meno ferrea), questi studi mostrano come sia importante guardare al “consumo finale” per allocare la responsabilità delle emissioni, e non solo all’aspetto territoriale della produzione. Infatti le emissioni “incorporate” nel commercio internazionale rappresentano circa il 20% delle emissioni globali, e da questo punto di vista I paesi industrializzati sono “importatori di emissioni”, mentre I paesi in via di sviluppo le esportano: fino al 23% delle emissioni cinesi sono determinate da produzione finalizzata all’esportazione, e I cui prodotti sono consumati altrove (e principalmente negli Stati Uniti e in Europa).
Considerando questi elementi e queste prospettive, i profili di responsabilità non potrebbero essere più chiari
Alla luce di questo quadro - di responsabilità storica e presente, e dei problemi legati alle analisi di costi e benefici - CICEDU rinnova l’invito al Governo Italiano a ripensare il proprio approccio alla politica climatica.
Fonti:
- Ashford, N.A., G.R. Heaton and W.C. Priest, 1979, Environmental, Health and Safety Regulations and Technological Innovation, in Technological Innovation for a Dynamic Economy, C. T. Hill and J. M. Utterback (eds.), Pergamon Press, Inc., NY, 1979
- Ashford, N.A., 1981, Alternatives to Cost-Benefit analysis in Regulatory Decisions, Annuals of the New York Academy of sciences, 30 april 1981, 129-137
- Ashford, N.A., 2000, An Innovation-Based Strategy for a Sustainable Environment in Innovation-Oriented Environmental Regulation: Theoretical Approach and Empirical Analysis, J. Hemmelskamp, K. Rennings, F. Leone (Eds.) ZEW Economic Studies. Springer Verlag, Heidelberg, New York 2000, pp 67-107 (Proceedings of the International Conference of the European Commission Joint Research Centre, Potsdam, Germany, 27-29 May 1999.)
- Peters. G. P. and Hertwich, E. G., 2008, CO2 Embodied in International Trade with Implications for Global Climate Policy, Environmental Science & Technology
- Marland, G., T.A. Boden, and R.J. Andres. 2007. Global, Regional, and National CO2 Emissions In Trends: A Compendium of Data on Global Change, Carbon Dioxide Information Analysis Center, Oak Ridge National Laboratory, U.S. Department of Energy, Oak Ridge, Tenn., U.S.A.
- WRI, 2001, Contributions to Global Warming Map. World Resources Institute, Washington DC.
- WRI, 2005, Climate and Atmosphere 2005, Earth Trends Data Tables: Climate and Atmosphere, World Resources Institute, http://earthtrends.wri.org/text/climate-atmosphere/cli1_2005.pdf
accessed on November, 18 2007
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