Obama: cambiamento oppure illusione?
Gli Stati Uniti hanno eletto un nuovo Presidente: Barak Obama. Un’elezione storica da molti punti di vista, la cui campagna elettorale è stata dominata da promesse e speranze di “cambiamento”. Ma parlando di cambiamenti, che propspettive di cambiamento di politica e strategia climatica fornisce Obama?
Vediamo il programma elettorale di Obama in materia di cambiamenti climatici. In primo luogo, sul sito www.barakobama.com (sito ufficiale della campgna elettorale) non esiste un’indipendente problematica (”issue”) chiamata cambiamenti climatici: le relative policy sono da trovarsi sotto “energia e ambiente”. Fino a qui, poco male, negli USA i cambiamenti climatici sono ancora per molti versi una “patata bollente”. In più, nel documento in cui il piano energetico Obama-Biden è presentato in maniera completa, la dicitura specifica appare.
Tra i punti principlai del piano energetico-ambientale di Obama (.pdf, in inglese), quelli più rilevanti per il clima sono:
- Entro 10 anni, risparmiare più petrolio di quello complessivamente importato dal Medio Oriente e dal Venezuela
- 1 milione di automobili Ibride
- Assicurare che il 10 percento dell’elettricità nel 2012 sia prodotta da energie rinnovabili, e il 25 nel 2025
- Implementare uno schema di cap-and-trade per ridurre i gas serra dell’80 percento nel 2050
Piano ambizioso? Vediamo. Il punto numero uno, quando spiegato a fondo, si trasforma da “risparmiare” in “eliminare”: l’obiettivo è quello di risparmiare energia per eliminare la dipendenza americana da energia “straniera”. I passi principali per ottenere un tale risultato sono legati ad efficienza energetica e a produzione nazionale “responsabile” di combustibili fossili (gas e petrolio). Il punto numero due è in realtà uno dei sottopunti relativi al punto uno. Con particolare riguardo all’efficienza energetcia, uno dei punti centrali è quello di aumentare l’efficienza degli autoveicoli di un 4 percento annuo, “salvando così miliardi di galloni di petrolio e 6 miliardi di tonnellate (metric tons) di CO2″. Obama sembra però ignorare come l’aumento di efficienza energetica è normalmente legato ad un aumento dell’utilizzo di energia che almeno parzialmente nullifica i benefici di una maggiore efficienza, ed è il motivo per cui la conservazione è una strategia più efficace dell’efficienza.
Il punto numero tre, relativo ad energia rinnovabile, dipende in realtà dal commercio del carbonio e da standard di efficienza energetica per stimolare una transizione energetica, il che sembra un pò naive. La questione dei biocomustibili come rinnovabili rimane poi un punto preoccupante (pur se Obama fa riferiment oa biocombustibili di secodna generazione, quindi non in competizione con grani e mais). In più, gli obiettivi sono molto poco ambiziosi: transizione non sarà.
Il punto numero quattro rappresenta più propriamente una strategia diretta alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Ed è in linea con gli approcci di policy dominanti sia in Europa che in seno alle Nazioni Unite. Obama promette di rientrare nei processi negoziali della UNFCCC (Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite), pur se già l’amministrazione Bush aveva in tal senso proceduto a Bali, nel Dicembre 2007. è benvenuto il piano relativo alla vendita all’asta dei permessi di emissione, eliminando così almeno i profitti enormi che in Europa sono stati intascati dai grandi produttori di energia grazie alla “diabolica” combinazione di distribuzione gratuita dei permessi ad emettere (in base ad emissioni storiche) e aumento dei prezzi al consumo. Ma gli obiettivi di riduzione (al di là del fatto che gli orizzonti temporali vanno ben al di là din un anche doppio mandato presidenziale per Obama), sono probabilmente e in larga misura dipendenti dalla tecnologia di sequestro geologico del carbonio, con i problemi relativi.
Ma non si fa alcun cenno al protocollo di Kyoto. Pur essendo chiaramente insufficiente per una significativa mitigazione dei cambiamenti climatici in atto, una decisa e rapida ratifica del Protocollo avrebbe certamente dato credibilità al nuovo corso americano, concretizzando le aspettative di cambiamento sia in termini di politica climatica che di cooeprazione internazionale.
Obama promette anche di continuare (e di rinvigorire) con l’iniziativa della Major Economies Meeting, iniziativa lanciata dall’amministrazione Bush per aprire un tavolo di discussione su politiche climatiche parallelo a quello della UNFCCC, e che includesse paesi che rappresentano circa l’80% delle emissioni mondiali, con lo scopo (più o meno trasparente) di aprire un dialogo con i paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) al fine di indurli ad accettare obiettivi di mitigazione obbligatori al pari dei paesi industrializzati, da tempo obiettivo delle amministrazioni americane.
In conclusione, da questa breve rivista della strategia climatica del neo-Presidente Obama emerge una pericolosa continuità con politiche climatiche mainstream, che dominano in Europa e in seno alle Nazioni Unite, e su cui CICEDU ha espresso in più occasioni forti dubbi: in particolre il commercio del carbonio e i biocombustibili/agrocombustibili.