Riflessioni sul Bali Action Plan: Parte I
La conferenza di Bali è terminata. E tutti noi abbiamo ricevuto un regalo di natale: il Bali Action Plan. Ma che regalo è mai? Tutti sembrano dimenticare di fare un’analisi delle decisioni della conferenza di Bali e invece non si finisce di celerbare la vittoria rappresentata dal “rientro” degli Stati Uniti nel processo negoziale finalizzato a stabilire un quadro giuridico - e nuovi obiettivi di abbattimento di gas serra - per il periodo post-Kyoto. George Monbiot in un articolo su The Guardian ha ricordato come il dramma dell’accordo di Bali sembra aver utilizzato lo stesso canovaccio di Kyoto, nel 1997. In entrambi i casi i commenti di giubilo rifletteno (e riflettevano) la consapevolezza di come l’accordo rappresenti un “accordo storico” (1997) e “uno storico passo in avanti” (2007), in entrambi i casi l’obiettivo ultimo del regime climatico (evitare impatti dannosi dei cambiamenti climatici sulla comunità umana e sui sistemi socioecologici) rimanendo al di fuori del testo dell’accordo. Read more
Bali, le Filippine e il commercio del carbonio
Da Bali arrivano voci poco incoraggianti. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea discutono se inserire o meno nella “roadmap” indicazioni precise sugli obiettivi di abbattimento per un futuro post-Kyoto, obiettivi che si dovrebbero attestare, secondo la UE, tra il 25% e il 40% in meno, entro il 2020, rispetto alle emissioni nel 1990. Gli Stati Uniti ovviamente rifiutano ogni quantificazione.
Nel frattempo altre voci si rincorrono, voci che riportano notizie degli effetti, attuali o potenziali, dei “meccanismi di flessibilità”del Protocollo di Kyoto (CDM, commercio del carbonio e JI). Dalle Filippine arrivano le dencunce del Kalikasan-People’s Network for the Environment (Kalikasan-PNE). Denunce delle politiche del governo, che intende costruire impianti a carbone e venderli a società transnazionali, mentre a Bali lo stesso governo si erge a campione della battaglia contro i cambiamenti climatici. Read more
Progetti Italiani di CDM
A Bali è in atto la 13esima Conferenza sul clima. È stato appena presentato il rapporto “2008 climate change performance index” preparato da Germanwatch e Can-Europe, che hanno elaborato “questo indice indipendente per misurare l’adesione dei vari paesi agli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto. Stando alla ricerca, solo gli Stati Uniti (che però non hanno ratificato il trattato) e il Canada fanno peggio di noi.”, come riprotato da Repubblica online di oggi, che continua:
Nella costituzione dell’indice complessivo concorrono tre diversi parametri: gli attuali livelli di emissione (30% del peso complessivo), i trend di emissione (50%) e le politiche climatiche adottate (20%). La struttura dell’indice tende, pertanto, a premiare soprattutto i paesi che dimostrano un’effettiva volontà di cambiamento, in linea con l’obiettivo dello studio di essere uno strumento di pressione politica e sociale per quei paesi che ritardano ad attuare efficaci iniziative in termini di protezione climatica.
In linea con la posizione del CICEDU sul commercio del carbonio e sull’utilizzo degli strumenti di mercato, e in connessione con la responsabilità che l’Italia, come paese industrializzato e facente parte del G8 ha con riguardo alle emissioni di gas climalteranti, di seguito riportiamo la lista dei progetti CDM in cui l’Italia è partecipe, sia istituzionalmente, come governo, sia attraverso società private. CICEDU vuole portare l’attenzione su una serie di fatti: Read more
Bali e il commercio del carbonio
La Conferenza di Bali è in svolgimento da qualche giorno, e arrivano notizie e voci di una certa discordia tra le ONG presenti. In particolare Daphne Wysham dell’Institute for Policy Studies riporta da Bali che la parola d’ordine - sia che si parli di politiche di adattameno, o di mitigazione o che si discuta tra ONG di piani per promuovere lo sviluppo sostenibile o l’eliminazione della povertà - è una soltanto: commercio del carbonio. Citando (traduzione di CICEDU):
Quando ci sono soldi sul tavolo, ci sono anche molte ragioni per litigare. E ora ci sono moltissimi soldi che vengono mostrati a governi - e a ONG - che hanno però delle condizioni: accettare il commercio del carbonio oppure non ricevere un soldo. Anche i fondi per l’adattamento, che rappresentano la fetta più grande della “torta”, sono offerti a paesi in via di sviluppo senza “cash” - ma solo come percentuale del budget per il commerci odel carbonio. Il messagio: accettare il commercio del carbonio o morire di fame.
Le lezioni dell’Emissions Trading Scheme europeo
CICEDU pubblica la traduzione di un breve briefing - orginariamente preparato da FERN - che enumera le 6 lezioni da imparare dell’esperienza dell’Emissions Trading Scheme (ETS) europeo. Le conclusioni sono molto poco incoraggianti, visto il fallimento dello schema per quanto riguarda riduzione di emissioni e stimolo all’innovazione da un parte, e dall’altra visti i “regali” ottenuti da grandi società e generatori di energia in termini di profitti “gratuiti”. I perdenti? L’ambiente e i consumatori.
Greenhouse Development Rights: una proposta per condividere equamente l’atmosfera e stabilizzare il clima
Il gruppo di EcoEquity ha pubblicato una proposta per condividere equamente l’atmosfera e stabilizzare il clima, chiamata Greenhouse Development Rights (GDRs). La proposta prende come punto di partenza l’obiettivo di stabilizzare le concentrazioni di gas serra a livelli compatibili con l’aumenot della temperaura media globale terrestre di 2 gradi, che rappresenta la soglia oltre la quale si verificherebbero cambiamenti climatici potenzialmente disastrosi, come risulta dall’ultimo rapporto dell’ IPCC.
La proposta GDRs è un quadro di riferimento per la protezione climatica compatibile con un programma “d’emergenza” di stabilizzazione del clima, che allo stesso tempo garantisce il diritto allo sviluppo di tutti i popoli. Inoltre, i GDRs quantificano la responsabilità e la capacità dei vari paesi in modo tale da distribuire gli obblighi nazionali di finanziare mitigazione e adattamento in maniera equa e compatibile con il diritto allo sviluppo.
La vera novità dei GDRs - ad esempio rispetto al ben conosciuto approccio Contraction and Convergence - sta nel fatto che gli obblighi sono distribuiti in base ad un indicatore composito di responsabilità e capacità, che differenzia non solo tra paesi ricchi e paesi poveri ma anche tra ricchi e poveri all’interno dei singoli paesi, in modo tale da considerare esplicitamente e in maniera trasparente diseguaglianze socio-economiche al fien della distribuzione (internazionale e intra-nazionale) degli oneri finanziari di mitigazione e addattamento.
Il diritto allo sviluppo viene a corrispondere, nei GDRs, ad un’esenzione da obblighi di mitigazione, esenzione che appartiene ad individui e comunità povere, piuttosto che genericamente a paesi poveri.
I GDRs rappresentano quindi una proposta volta a rendere operativo il principio delle comuni ma differenziate responsabilità su cui si fonda il regime del diritto internazionale del clima, e riescono a portare al centro dell’attenzione il diritto allo sviluppo, riconoscendo come le emissioni siano solamente un mezzo.
Links: La pubblicazione | Il database dei dati utilizzati (il progetto è considerato open source dagli autori, per stimolare partecipazione ed evoluzioni)