Dichiarazione della società civile su tecnologia e precauzione alla COP 15 di Copenhagen

look before you leap: immagine creata da ETCGroup

È sempre più evidente come alcuni paesi (ed in particolare Canada, USA e Regno Unito) stiano tentando di presentare l’accordo sulla tecnologia come il metro del successo della conferenza climatica di Copenaghen, per poi invece evitare qualsiasi accordo su elementi sostanziali. Il linguaggio proposto nei testi negoziali è così vago e impreciso, che quasi qualunque tecnologia, anche pericolosa o dannosa come energia nucleare e geo-ingegneria, potrebbe venire considerata ai fini della mitigazione o dell’adattamento ai cambiamenti climatici, e quindi venir legittimata, istituzionalizzata e ricevere nuovi finanziamenti. C’è bisogno di prevenire questa situazione. Questa dichiarazione (alla cui formulazione ha partecipato anche Eco Pax Mundi/GiustiziaClimatica) è un primo passo in questa direzione. Questa dichiarazione sarà presentata pubblicamente durante una conferenza stampa a Copenaghen il 10 Dicembre 2009.
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Verso Copenhagen: un’analisi critica della politica climatica di Barak Obama

CICEDU ha collaborato alla pubblicazione di un’analisi della politica climatica di Barak Obama. L’articolo è una versione rivista, corretta e ampliata del post pubblicato recentemente sul sito di Giustizia Climatica. Leggi l’articolo Verso Copenhagen: un’analisi critica della politica climatica di Barak Obama

Poznan: finanziamenti e adattamento

Comunque vadano i negoziati, e qualunque saranno gli obiettivi di riduzione dei gas climateranti nei prossimi decenni, alcune delle conseguenze dei cambiamenti climatici sono oramai inevitabili. A dire il vero, alcune conseguenze sono già riscontrabili (per dettagli si rinvia al quarto rapporto dell’IPCC sull’adattamento e le vulnerabilità). Ora, uno dei problemi centrali di equità della questione climatica risiede nel fatto che i paesi che meno hanno contribuito al surriscaldamento globale - i paesi in via di sviluppo - sono i più vulnerabili alle sue conseguenze dannose.
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Foreste, tecnologia e finanziamenti: una visione condivisa a Poznan?

Durante le sessioni di apertura della conferenza di Poznan è emerso chiaramente come l’Unione Europea voglia enfatizzare una visione condivisa per il raggiungimento di un obiettivo globale al 2050. Questo si inserisce nella strategia- non solo europea - di includere i paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) in questa visione condivisa, con l’intento di fargli accettare obblighi di riduzione quantificati a Copenhagen. Questa visione condivisa però non sembra essere la priorità dei paesi del G77 o della Cina, che vorrebbero spendere meno tempo su tale questione e focalizzare i negoziati sui punti più importanti epr loro: trasferimento di tecnologia e finanziamenti. Addirittura molte delegazioni di paesi in via di sviluppo hanno chiesto di spostare le discussioni sulla visione condivisa a Marzo 2009.
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Obama: cambiamento oppure illusione?

Gli Stati Uniti hanno eletto un nuovo Presidente: Barak Obama. Un’elezione storica da molti punti di vista, la cui campagna elettorale è stata dominata da promesse e speranze di “cambiamento”. Ma parlando di cambiamenti, che propspettive di cambiamento di politica e strategia climatica fornisce Obama?

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L’Italia non raggiungerà i suoi obiettivi di riduzione di gas serra

Secondo un nuovo rapporto dell’Agenzia Ambientale Europea (AAE, in inglese), l’Europa-15 sarà in grado di raggiungere i propri obiettivi “cumulativi” di riduzione di gas serra. In realtà però, disaggregando i dati per singoli paesi, emerge che tre paesi non riusciranno a raggiungere i propri obiettivi: Danimarca, Spagna e Italia.
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Prognosi di disastri ambientali: l’ENI si assicura l’accesso a depositi bitumonosi in Congo

L’ENI ha firmato un accordo con il Governo del Congo su un piano energetico che prevede tre punti principali. In primo luogo, l’ENI si è assicurata l’accesso a depositi bituminosi su un area di circa 1800 chilometri quadrati, In secondo luogo, l’ENI opererà progetti legati a petrolio convenzionale e in relazione alla produzione di energia elettrica in Congo. Infine, l’ENI utilizzerà 70,000 ettari di terra per la produzione di olio di palma, sia per fini alimentari che come agrocarburanti, in un progetto chamato Food Plus Biodiesel (Cibo più biodiesel).
L’ENI definisce questo accordo come un nuovo modello di cooperazione
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Rifiuti e giustizia ambientale

CICEDU normalmente non si occupa direttamente del problema dei rifiuti, delle discariche, degli inceneritori. Ma il nuovo Governo ha appena approvato un decreto legge per risovlere la questione dei rifiuti a Napoli e in Campania, in cui si manda avanti con decisione la politica delle discariche, dei “termovalorizzatori” e dell’incenerimento dei rifiuti. Se da una parte è fondamentale risolvere la crisi dei rifiuti di Napoli il prima possibile, è anche vero che non si debba utilizzare l’emergenza come strumento per “forzare” una politica di lungo termine poco lungimirante e che favorisca interessi economici piuttosto che soluzioni di buon senso.
E questa strategia sembra non dar peso alle evidenze medico-scientifiche disponibili, né sembra rispettare il principio di precauzione che dovrebbe guidare le scelte politiche in materia di salute pubblica e ambiente.

In particolare vogliamo concentrare l’attenzione sull’incenerimento dei rifiuti.
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Il sequestro geologico della CO2: soluzione o distrazione?

Sia in Europa che negli Stati Uniti si sta spingendo molto per far maturare una tecnologia che secondo l’industria e una buona fetta della società civile potrebbe rappresentare un’indolore soluzione ai problemi dei cambiamentei climatici: il sequestro geologico della CO2. Il principio è quello di “catturare” le emissioni di CO2, sequestrarle e quindi  depositarle in formazioni geologiche sotterranee, nella speranza che la CO2 rimanga sotterrata per sempre. Il New York Times ha recentemente scritto di questa tecnologia in termini del più grande progetto di smaltimento di rifiuti tossici intrapreso dall’uomo, considerando che una (grande) perdita di CO2 potrebbe essere tanto pericolosa quanto una perdita di combustibile nucleare.

In Europa in particolare si scommette molto su questa tecnologia. La Norvegia è all’avanguardia sia sul piano della ricerca e sviluppo, che sul piano politico e di policy, con progetti piloti e promozione lobbystica della tecnologia sia da parte delle autorità che di ONG ambientalsite come Bellona, il cui leader, Frederic Haugen promuove il sequestro della CO2 da anni. E Haugen è stato infatti nominato vice-presidente della Technology Platform on Zero Emission Fossil Fuel Power Plants (ZEP) dell’Unione Europea. Haugen e Bellona considerano il sequestro della CO2 come un punto chiave per un accordo post-Kyoto (in inglese). Bellona è anche dietro la proposta del parlamentare europeo inglese Chris Davies, che vorrebbe che dal 2020 ogni nuovo impianto a combustibili fossili sia equipaggiato con la tecnologia di sequestro.

Ma che vantaggi offre questa tecnologia?

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Bangkok, Kyoto 2 e il mercato globale del carbonio

A Bangkok è appena finita la prima riunione dopo la conferenza di Bali e dopo il Bali Action Plan. E a Bangkok si sono riuniti i due gruppi Ad Hoc creati all’interno della Conferenza Quadro sul Clima: il primo è l’Ad Hoc Working Group on Further Commitments for Annex I Parties under the Kyoto Protocol, il cui obiettivo è quello di addivenire ad un accordo circa un nuovo quadro regolatorio per il periodo post-Kyoto, e quindi una nuova serie di obblighi quantificati di abbattimento delle emissioni di gas serra; il secondo è l’Ad Hoc Working Group on Long-Term Cooperative Action under the Convetion, gruppo creato a Bali al fine di raggiungere un simile obiettivo, e al contempo far “rientrare” gli Stati Uniti nei negoziati. L’obiettivo di questo secondo gruppo, su cui gli occhi di tutto il mondo sono puntati, è il raggiungimento di un accordo per un protocollo post-Kyoto entro la Conferenza di Copenhagen nel 2009. Yvo deBoer, il Segretario Generale della UNFCCC, ha detto “il treno per Copnehagen è partito”.

Ma noi ci chiediamo che tipo di treno sia partito. E quali prospettive vi sono che deragli. Sul tipo di treno, non ci possono essere dubbi. L’unica cosa certa e su cui non vi sono apparentemente conflitti è la “necessità” di estendere nel periodo post-Kyoto i meccanismi di flessibilità del Protocollo di Kyoto, ossia il commercio del carbonio (attraverso scambi di permessi o di crediti da progetto). Infatti, il sommario pubblicato dalla UNFCCC mostra come obiettivo comune sia quello di “further expanding the reach of these mechanisms and moving towards a global carbon market with a single market price for carbon”. Inoltre, “Many participants noted the essential role of carbon prices in engaging the private sector, driving long-term investment decisions and determining the degree of mitigation that may be achieved.”

Sulle prospettive di un possibile deragliamento, è illuminante il commento ufficiale di Elliot Diringer, Director of International Strategies del Pew Center on Global Climate Chang. Con riguardo alle probabilità di raggiungere un accordo entro la Copenhagen 2009, Diringer dice ” it’s hard to leave Bangkok confident that deadline can be met”.

Gli Stati Uniti continuano a rifiutare considerazione di obiettivi di riduzioni delle emissioni di gas serra che siano obbligatori, e insiste invece su azioni volontarie.

È vero però che “Participants recalled that he use of market-based approaches needs to be supplemental to domestic action in meeting Annex I Parties’ emission reduction targets”, e sicuramente tali “participants” erano rappresentanti di paesi in via di sviluppo, ma almeno riferimenti al principio di supplementarietà (in inglese) si fanno ancora.

CICEDU vi invita di nuovo a firmare la Dichiarazione di Durban sul Commercio del Carbonio, e cosí supportare la giustizia climatica.

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